5.000 km per scoprire che alla Mustang non manca il V8

Ford Mustang Convertible 2.3 EcoBoost, automatica a 10 rapporti. Stati Uniti, estate.

La Mustang rossa con la capote chiusa, ferma sul bordo di una strada nel deserto

L'ho presa perché era rossa, era cabrio ed ero in America. Non c'è molto altro da dichiarare, e chi scrive di auto sostenendo di aver sempre scelto in modo razionale probabilmente mente.

La GT con il V8 non c'era, men che meno aperta. È rimasta la 2.3 EcoBoost con il cambio automatico a dieci rapporti — che sulla settima generazione, la S650, non è una scelta ma l'unica configurazione esistente. Ho fatto quindi un test involontariamente utile: non ho provato la Mustang dei sogni, ho provato quella che si compra davvero. Con una complicazione che scopriremo alla fine, e che riguarda proprio noi.

Cinquemila chilometri dopo, e con qualche giornata da cinquecento sulla schiena, la mia conclusione è che a quest'auto non manca il V8. Manca il permesso di guidarla.

La Mustang rossa parcheggiata in una via di San Francisco, accanto a un Jaguar bianco di Waymo con i sensori sul tetto
San Francisco, accanto a un taxi di Waymo che non ha bisogno di nessuno al volante. Ma questa è un'altra storia.

Il quattro cilindri non è il problema

Partiamo dalla cosa che tutti danno per scontata e che non è vera.

Il 2.3 EcoBoost supera i trecento cavalli e non ha nulla del quattro cilindri europeo medio. La coppia arriva in basso e piena, non serve strapazzarlo per farlo muovere, e sotto i cinque secondi da fermo a cento non sono un numero da consolazione. La voce ce l'ha: non è il rumore rauco che ti aspetti da una Mustang, ma scoppietta allo scarico e ha un carattere suo. Sui trasferimenti lunghi a 65-70 miglia orarie fa anche 13-14 km/l. Spingendo scende a 8-9, che per un'auto così è accettabile.

Il difetto del motore, semmai, è di aspettativa: sai che dietro quel cavallino c'è un V8 che non hai comprato. È un problema tuo, non della macchina.

La Mustang parcheggiata in salita a San Francisco, vista da dietro
San Francisco, in salita.

Il problema è che non puoi cambiare marcia

Il cambio automatico a dieci rapporti in modalità normale fa una cosa sola: cerca sempre il rapporto più lungo per consumare meno. Su un percorso misto brancola. Con dieci marce a disposizione e nessuna idea di dove stia andando la strada, l'effetto finale assomiglia a quello di un CVT: l'auto è sempre in una marcia plausibile e mai in quella giusta.

In Sport cambia carattere, tiene i rapporti, diventa rapido. Funziona. Ma resta il fatto centrale, ed è quello che dopo cinquemila chilometri mi è rimasto addosso: non c'è modo di cambiare marcia manualmente. Nessuna leva, nessuna paletta, nessun override. Su una coupé a trazione posteriore da oltre trecento cavalli, il guidatore non ha voce in capitolo su quale marcia sta usando.

Vista dal posto di guida in autostrada, dietro un camion: cruscotto digitale a 70 miglia orarie e schermo dell'infotainment
Settanta miglia orarie dietro un camion. In basso sul cruscotto, la sequenza del cambio: P R N D L. Di M, nessuna traccia.

È una scelta di prodotto, non un limite tecnico. E il termine di paragone non va cercato lontano: è la Mustang precedente. Sulla sesta generazione, la S550, la stessa 2.3 EcoBoost aveva il manuale a sei rapporti di serie, e l'automatico si pagava a parte come optional. Stesso motore, stessa architettura, stessa casa. In una generazione il costruttore è passato dal darti il cambio a mano di serie al non dartelo affatto.

La differenza non è nella meccanica. È in cosa Ford ha deciso che tu debba poter fare.

E siccome metà del piacere di guidare un'auto così sta nel decidere quando salire e quando restare, mezza esperienza è andata.

La Mustang aperta in un parcheggio multipiano, vista di tre quarti anterioreLa Mustang con la capote chiusa in un parcheggio sotterraneo, accanto a un'auto scura
Ogni sera un parcheggio multipiano diverso, con la capote aperta o chiusa.

Il telaio, invece, è una sorpresa

Qui la macchina merita, e merita più di quanto la sua reputazione lasci pensare.

Non flette. Su una cabrio non è scontato: nessuno scricchiolio, nessun tremolio del parabrezza, nemmeno sull'asfalto americano rattoppato. La scocca è rigida e si sente. L'assetto privilegia il comfort senza diventare molle, e nei curvoni veloci l'auto è una roccia.

In uscita di curva senti il retrotreno alleggerirsi, ma in modo progressivo e leggibile. Ha inerzia, e l'inerzia ti avvisa. È il contrario esatto della mia Boxster, che se sbagli te lo dice subito e pretende che tu sia rapido. La Mustang ti concede margine. È permissiva, facile, e questo la rende un'auto che puoi guidare per settimane senza mai sentirti sotto esame.

La Mustang con la capote chiusa, con la scritta di Hollywood sulle colline sullo sfondo
Los Angeles, con la scritta di Hollywood sulle colline.

Il punto debole è lo sterzo: preciso quanto basta, ma leggerissimo e poco comunicativo. In Sport migliora, senza mai diventare informativo. I freni fanno il loro dovere, con la premessa che non l'ho quasi mai portata al limite — cinquemila chilometri di strade americane non sono un giro di pista, e sarebbe disonesto dire di più.

Cosa scopri in cinquemila chilometri e non in duecento

Un lancio stampa dura una giornata su un percorso scelto. Una vacanza dura tre settimane su percorsi scelti male.

E in tre settimane cambia la classifica delle cose che contano. I sedili raffrescati di serie, che su una scheda tecnica sono una riga trascurabile, dopo giornate da 400-500 chilometri valgono più di cinquanta cavalli: non ho mai avuto mal di schiena. La capote chiusa isola molto meglio del previsto, e l'autostrada non affatica come temevo. Il divano posteriore, che è un 2+2 di cortesia e non un vero quattro posti, è diventato il portabagagli per la valigia da venti chili — e in quella funzione è perfetto.

La Mustang aperta in un parcheggio coperto, con una valigia accantoIl cavallino proiettato a terra sotto la portiera
La valigia, prima di trovare posto sul divano posteriore. A destra, il cavallino che la Mustang proietta a terra quando apri la porta.

L'infotainment è reattivo e moderno, molto meglio delle Ford di qualche anno fa. Il cruscotto digitale funziona, anche se la grafica è fumettosa: quando cambi modalità di guida compare una Mustang animata, che dopo la ventesima volta vorresti disattivare.

La qualità percepita è quella di una Ford: qualche plastica dura, qualche finitura semplice, ma niente che dia l'impressione di essere fragile. Bello lo sterzo come oggetto. Non è una premium e non finge di esserlo, il che è già una forma di onestà.

Il posto di guida della Mustang visto dalla portiera aperta: sedili in pelle arancione, volante e schermi digitali
Plastiche semplici, pelle arancione, un bel volante. E sedili raffrescati, che dopo una giornata da cinquecento chilometri valgono più di qualsiasi cavallo in più.

Rispetto alla Boxster l'impostazione è tutt'altra: si sta più in alto, gli ingombri sono maggiori, ma è enormemente più pratica. È daily, cosa che una biposto a motore centrale non sarà mai.

Due decisioni, prese da due parti diverse

La prima è di Ford, e il motivo l'ha dichiarato apertamente: il manuale sulla EcoBoost lo sceglieva circa il 10% dei clienti, contro circa il 40% di quelli del V8. Su un'auto che si vende come coinvolgente, è un dato impietoso. Via il manuale.

Alla domanda su cosa restasse allora al guidatore, la casa rispose che i clienti EcoBoost avrebbero comunque potuto usare le palette "disponibili" per cambiare a mano. Tutta la frase regge su quella parola. Sulle EcoBoost senza pacchetto prestazioni le palette non ci sono — nemmeno negli allestimenti alti — e al posto della M sul selettore trovi una L. Quella era la mia auto a noleggio. La risposta era formalmente vera e praticamente vuota.

La seconda decisione l'ha presa l'Europa, e non è quella che ci si aspetta. La 2.3 EcoBoost era stata sviluppata proprio per noi: un quattro cilindri pensato per aggirare la fiscalità sulla potenza e portare la Mustang in mercati dove il V8 è punitivo. Non l'abbiamo comprata. Domanda troppo bassa, fuori listino. Chi voleva una Mustang la voleva con otto cilindri, e ha votato col portafoglio.

La Mustang rossa con la capote chiusa in un piazzale sulla baia di San Francisco, con il Golden Gate sullo sfondo
Il Golden Gate sullo sfondo.

Risultato: oggi in Italia la Mustang esiste solo come GT o Dark Horse, V8 da 5 litri, a partire da circa 58.000 euro, con il superbollo sopra.

C'è una simmetria quasi comica. L'unica versione della Mustang che la fiscalità italiana rende sensata da tenere è l'unica che in Italia non si può comprare. E non l'ha uccisa un regolatore: l'hanno uccisa gli appassionati europei, che quella macchina l'avevano chiesta e poi non l'hanno voluta.

Quindi il consiglio, se la EcoBoost vi interessa sul serio, è quello di sempre: sesta generazione, usata, manuale. È l'unica configurazione in cui questa macchina fa quello che promette, ed è l'ennesima conferma che oggi le risposte sensate stanno quasi tutte nell'usato recente.

E io la comprerei?

No. E la ragione non è il quattro cilindri.

In cinquemila chilometri ho capito che è un'auto turistica. Comoda, permissiva, tollerante, costruita per macinare distanza con la capote giù. Lo fa benissimo, e in America era esattamente quello che serviva: la scelta giusta per quel viaggio, la rifarei domani.

Ma è un'auto che ti accompagna, non che ti coinvolge. Ti concede margine su tutto — sullo sterzo, sul retrotreno, sulle marce che sceglie al posto tuo — e dopo un po' quel margine diventa distanza. Chi arriva da una biposto che pretende attenzione se ne accorge presto.

Il ricordo che mi resta di quei cinquemila chilometri non è una curva. È una statale dritta al tramonto. Bellissimo, e non è un difetto: è un ricordo di viaggio, non di guida. Ed è per quello che, tornato a casa, non l'ho cercata.

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